La mia esperienza da sonnambulo

sonnambulismo
La tipica immagine del sonnambulo.

L’argomento sonnambulismo è spesso sulla bocca di molte persone, per via dei sui tratti molto poco conosciuti: non è ancora stata identificata una causa per il famoso fenomeno, e la ricerca non sembra essere in dirittura d’arrivo. Tutt’altro, gli scienziati brancolano ancora nel buio.

Io non potevo esimermi dall’affrontare, spinto dalla curiosità, un argomento come questo. Già da anni sono appassionato di sonno e tutto quello che lo riguarda, e spesso ne ho parlato in queste pagine. In passato ho già trattato di consigli per addormentarsi velocemente, dormire di meno o controllare i sogni, mentre ho lasciato ancora inesplorato un aspetto: il sonnambulismo.

La mia esperienza con questo fenomeno risale a quando stavo facendo esperimenti con il sonno polifasico uberman, la tecnica che permette di dormire due ore al giorno. Come ho scritto nel post originale durante la fase di adattamento il metodo uberman potrebbe causare sonnambulismo, a causa del fatto che tende a stressare la mente per costringerla ad entrare nei nuovi ritmi.

Io non ho perso l’occasione, e non appena mi sono accorto di questo curioso effetto collaterale, ho predisposto i mezzi per analizzarlo. Non solo, ma volevo anche essere sicuro che il sonnambulismo non fosse un pericolo per me o per gli altri (non si sa mai).

L’esperimento, durato circa una settimana, prevedeva di indurre brevi momenti di sonnambulismo (dai pochi secondi a due minuti l’uno) ripetutamente durante l’arco di una nottata, e usare vari strumenti per registrare le mie azioni. Principalmente, ho usato telecamere e computer.

Per quanto riguarda le registrazioni video, l’esperimento non ha mostrato nulla di interessante ed è stato in sostanza un fallimento: non facevo altro che piccoli gesti e mi fermavo in posizioni strane per qualche minuto, prima di svegliarmi dopo essere stato in una specie di limbo. Insomma, qualcosa di molto simile ad una normale dormita: non era quello ciò che stavo cercando.

E quindi via al successivo esperimento, strutturato in maniera da poter favorire il più possibile il sonnambulismo: acceso il computer, ho iniziato a parlare con alcuni amici in chat (americani, dove era ancora sera). Può sembrare un po’ strano, ma in linea teorica i presupposti per un successo ci sono tutti: la posizione seduta induce il sonno, mentre scrivere alla tastiera è uno sforzo molto limitato che può essere fatto anche durante un sonnambulismo non profondo. Inoltre, rileggendo quello che avevo scritto avrei potuto valutare le mie capacità celebrali.

Con mia grande soddisfazione questa seconda tecnica ha funzionato alla perfezione, e sono riuscito a monitorare con precisione la dinamica di del sonnambulismo. Anche da addormentato riuscivo a scrivere (e riuscivo a farlo in inglese, segno che l’ho imparato bene), ma non riuscivo a creare frasi di senso compiuto: mettevo insieme parole a caso, sensazioni e concetti slegati gli uni dagli altri. Per cercare di ricordare quello che avevo pensato mentre stavo scrivendo quelle parole, ho poi utilizzato con successo la tecnica della memoria a breve termine.

Da ciò ho tratto le mie personali conclusioni: come sempre avviso in anticipo che sto scrivendo la mia opinione e non una verità universale.

La mia opinione

Alla fine, quindi, che cosa ho tratto da questa esperienza? A rischio di deludere tutti i miei lettori, devo dire che non è stato niente di così eclatante come ci si potrebbe aspettare.

Avete in mente quella sensazione che si prova subito dopo essere stati svegliati dalla sveglia, quella sensazione a metà fra il sonno e la veglia? Ecco, il sonnambulismo mi è parso qualcosa di simile. Con la differenza che era un po’ più spostato verso il sonno, ma con un’attività celebrale (e quindi motoria) di poco superiore.

Nello stato di dormiveglia (e di sonno vero e proprio), come ho appurato da questa ed altre osservazioni successive, l’amnesia temporanea è un fenomeno abbastanza normale: il cervello quando dorme si concentra sul mettere a posto le informazioni immagazzinate durante il giorno, e non ha le risorse per ricordarne di nuove. Ma comunque funzionava e recepiva gli stimoli esterni: al computer riuscivo a leggere e interpretare correttamente tutti i messaggi che mi venivano inviati in chat. Un fenomeno tutt’altro che scontato, se ci pensate.

Per quanto riguarda il cervello, ho notato che quello che scrivevo non era altro che una libera associazione di pensieri: esattamente lo stesso modo nel quale si muove il cervello durante il riposo. È infatti solo un mito da sfatare quello che dice che il cervello si “spegne” di notte, in realtà è attivo come se non di più che durante il giorno. Con la marcata differenza che svolge compiti completamente diversi, e da quanto ho visto mostra la sua parte meno logica. Un cervello che associa liberamente le idee nel sonno elimina di colpo tutta la razionalità che ci caratterizza, liberandoci da tutti quei processi meccanici che non abbiano una forte connotazione emotiva. Se ad esempio ho fame andrò a prepararmi un panino senza pensare che in realtà sono a dieta, a meno che la sensazione della dieta non sia così forte da contrastare quella della fame.

Una sorta di via di mezzo, quindi: alcuni comportamenti sono assimilabili alla veglia (come il muoversi), mentre altri sono tipici del sonno (amnesia, associazioni libere). Il miscuglio fra queste due cose viene definito sonnambulismo. C’è da dire che le mie “sessioni” non sono durate che qualche minuto al massimo, e quindi non ho sperimentato il sonnambulismo cronico vero e proprio: tuttavia questi esempi sono più unici che rari, e trovano spazio soprattutto nei film. In realtà la maggior parte dei sonnambuli compie azioni banali come le mie.

Io sono stato molto felice dei risultati che ho ottenuto, e ho deciso di condividerli con tutti voi: spero abbiate gradito l’articolo!